Questo è il nostro regalo per voi, signori uomini di Coqui. Un pensiero nato un po' per gioco e un po' per amore, da tutte le nostre mani e da tutti i nostri cuori. Perché anche se siamo in tante, senza di voi mancherebbe l'altra metà del cielo. [img]graemlins/E20.gif[/img]
AI PRODI CAVALIERI DI COQUI
Dai topi curiosi, dai forni roventi,
dai sughi, dall'ampie cucine ridenti,
dai dolci glassati dai bei decor,
il popol di Coqui, repente, si desta,
sistema il video, la salsa rimesta,
percosso da novo, crescente, rumor.
Degli uomin di Coqui, la schiera avanza,
non son proprio belli, han pure la panza,
del cibo migliore s'itendon inver.
Fra queste galline, son galli spennati,
ma qui stanno bene, ché son coccolati,
di Ross, la Regina, son i cavalier.
É Nicola, o l'Ing., che guida la schiera,
armato di hard disk, mouse e tastiera,
di nostra Sovrana la doppia metà.
Ei cura con arte e grande perizia
il sito sì amato, che dona letizia.
Per ciò obbligati in eterno gli siam.
Ed or viene Uccio, dal baffo assassino,
per sua ammissione, il Re del Casino,
di Borgoforte invitto signor.
Ci mostra ammiccante la sua questione,
il mistero che invita alla tenzone,
la sfida infida, che lancia ad ognor.
Ed ancora Marchino, che guida il suo treno,
dall'Alpe al mare, con cuore sereno,
pensando a zuppe, arrosti e babà.
La sua gentildama a casa l'attende,
decora le torte, prepara merende,
sospira e pensa al suo eroe che va.
Ed ecco che avanza con grande contegno
il conte Raspolli, il saggio del regno,
che del cibo conosce e descrive la storia.
Per sua mano, antica e sapiente,
risorse Lazzaro, tra aromi dormiente,
sicché ogni palato ne narra la gloria.
Lo segue con calma un altro baffuto,
sulla cui spalla zampetta un pennuto:
nelle terre del Santo, signor egli sta.
Sottile ironia gli trapela dal viso,
pungente la lingua, beffardo il sorriso,
ma senza il chenvud, Cansado che fa?
Di mistero avvolto, lo sguardo perduto
in lidi lontani, che sol egli ha veduto
è Eros, il paladino che ora s'appressa.
Il triste giullare da sé si descrive,
fa strani sogni di cui poi ci scrive,
che fumi? Che beva? Che mangi soppressa?
Levando il calice di rosso rubino,
del barolo ora giunge il paladino.
Berloffa il suo nome, che dire di più!
Al fianco gli pende di rame un paiolo,
la sua arma segreta, farina di Storo,
di cui è il cantor dell'inclita virtù.
Il liquido sguardo, un poco sornione,
è quello di Piggi, pirata der Cupolone,
che sembra un duro, ma è un babà.
Il suo cuore è fatto di dolci serpette,
i nemici sconfigge con manicaretti,
il fendente ferale, le sue bontà.
E ancora dal cuore della Città Eterna
il duca della tecnologia moderna,
il crinito Mauro, esperto di web.
Notizie egli offre, importanti o curiose,
ma anche in cucina fa bene le cose,
per ogni dilemma in aiuto ei vien.
Sulle ali del vento, leggero, in aliante,
Enrico Pilota atterra all'istante,
lo sguardo velato da nubi del ciel.
E dalle australi terre lontane,
messagger delle buone vivande italiane,
anche Ribe s'appressa pian piano, bel bel.
Arriva Mariano coi suoi panettoni,
ci addolcisce la vita, il signor dei torroni
le sue leccornie ci piacciono assai.
Per bere il suo vino, val bene la gita
e sempre speriamo che mai sia finita:
le genti di Coqui non si saziano mai!
Fa l'avvocato, Alberto Baccani,
si mette in cucina e con abili mani
prepara dei piatti da grande primato.
Non tiene per sé la sua conoscenza
i suoi consigli gentile dispensa,
e molti librini ci ha pure stampato
Fabrizio è uno nuovo, arrivato da poco
preso è comunque dal gran sacro fuoco,
ma sodale con gli altri già ci appar.
Sapulia si affaccia in qualche occasione
corteggia le donne, ogni tanto sornione,
ma il dubbio ci sorse: saprà cucinar?
Da terre lontane arriva Nerone,
ché anche in Perù aman le cose buone.
Pokoto, occhi neri, è un po' defilato,
Nascosto fra zucchero, glasse e bignè,
sorride beato, tra cioccolato e un caffè,
e il cuore di Rita ha conquistato
Vien ora Adriano, tranquil pacioccone,
fa torte sublimi, da esposizione.
E poi c'è Clapton: cucina o fa rock?
Ed or due ragazzi: vengon dal meridione,
han scelto per nome Fratelli Capone.
E d'altri ancora, del bene dirò.
Che dire poi della falange silente,
di quelli che consorti son veramente,
delle Coquinarie fedeli mariti?
Son tanti, son bravi, son uomini veri,
anch'essi di Coqui sono cavalieri,
con il cucchiaione da Ross investiti.
Il Forni, il Volpi, dal ceruleo sguardo,
il Cummenda, Danilo, il povero Carlo,
che guarda la Vippi e si chiede perché.
Sergio di Emilia e Pietro, campani,
Loris e Renzo dalle abili mani;
fra le Coquinarie si senton dei re.
Dal fondo avanza il prode Marcello,
procede a cavallo, gentil menestrello,
lo guarda la Raffy, e prende un cachet.
C'è il Roby ed il Quentin che ascolta e non dice
della lingua tagliente di Fiorella Radice
né bene né male... è meglio tacer.
Marino di Tina non ci siamo scordate,
lavora di notte fra carte stampate
ma al richiamo di Coqui non manca mai.
E chi è quell'orso un po' brontolone?
É Bruno, di casa perfetto padrone.
Scontroso ma buono, affettuoso assai.
Assai numerosa è questa legione
e se di qualcuno tacemmo il nome,
la nostra memoria un po' ci fallò.
Ma sian fiduciosi, non siano affranti,
nel nostro pensiero ci son tutti quanti,
nessuno all'appello del cuore mancò.
Brindiamo ordunque a questi signori,
libiamo, libiamo coi vini migliori,
leviamo i calici, da Bacco colmati
A lor dedichiamo i pensieri in rima,
e allegre chiudiamo con questa sestina,
sperando di averli così onorati.
Dai guardi discreti, dagli ilari volti,
qual raggio di sole da nuvoli folti,
traluce di Coqui la fiera virtù.
Nei guardi, nei volti decisa e raggiante,
si mesce e concorda l'essenza festante
con unico fine: incontrarsi vieppiù.
[ 13.02.2004, 18:39: Messaggio modificato da: Tutte le donne di Coqui ]
AI PRODI CAVALIERI DI COQUI
Dai topi curiosi, dai forni roventi,
dai sughi, dall'ampie cucine ridenti,
dai dolci glassati dai bei decor,
il popol di Coqui, repente, si desta,
sistema il video, la salsa rimesta,
percosso da novo, crescente, rumor.
Degli uomin di Coqui, la schiera avanza,
non son proprio belli, han pure la panza,
del cibo migliore s'itendon inver.
Fra queste galline, son galli spennati,
ma qui stanno bene, ché son coccolati,
di Ross, la Regina, son i cavalier.
É Nicola, o l'Ing., che guida la schiera,
armato di hard disk, mouse e tastiera,
di nostra Sovrana la doppia metà.
Ei cura con arte e grande perizia
il sito sì amato, che dona letizia.
Per ciò obbligati in eterno gli siam.
Ed or viene Uccio, dal baffo assassino,
per sua ammissione, il Re del Casino,
di Borgoforte invitto signor.
Ci mostra ammiccante la sua questione,
il mistero che invita alla tenzone,
la sfida infida, che lancia ad ognor.
Ed ancora Marchino, che guida il suo treno,
dall'Alpe al mare, con cuore sereno,
pensando a zuppe, arrosti e babà.
La sua gentildama a casa l'attende,
decora le torte, prepara merende,
sospira e pensa al suo eroe che va.
Ed ecco che avanza con grande contegno
il conte Raspolli, il saggio del regno,
che del cibo conosce e descrive la storia.
Per sua mano, antica e sapiente,
risorse Lazzaro, tra aromi dormiente,
sicché ogni palato ne narra la gloria.
Lo segue con calma un altro baffuto,
sulla cui spalla zampetta un pennuto:
nelle terre del Santo, signor egli sta.
Sottile ironia gli trapela dal viso,
pungente la lingua, beffardo il sorriso,
ma senza il chenvud, Cansado che fa?
Di mistero avvolto, lo sguardo perduto
in lidi lontani, che sol egli ha veduto
è Eros, il paladino che ora s'appressa.
Il triste giullare da sé si descrive,
fa strani sogni di cui poi ci scrive,
che fumi? Che beva? Che mangi soppressa?
Levando il calice di rosso rubino,
del barolo ora giunge il paladino.
Berloffa il suo nome, che dire di più!
Al fianco gli pende di rame un paiolo,
la sua arma segreta, farina di Storo,
di cui è il cantor dell'inclita virtù.
Il liquido sguardo, un poco sornione,
è quello di Piggi, pirata der Cupolone,
che sembra un duro, ma è un babà.
Il suo cuore è fatto di dolci serpette,
i nemici sconfigge con manicaretti,
il fendente ferale, le sue bontà.
E ancora dal cuore della Città Eterna
il duca della tecnologia moderna,
il crinito Mauro, esperto di web.
Notizie egli offre, importanti o curiose,
ma anche in cucina fa bene le cose,
per ogni dilemma in aiuto ei vien.
Sulle ali del vento, leggero, in aliante,
Enrico Pilota atterra all'istante,
lo sguardo velato da nubi del ciel.
E dalle australi terre lontane,
messagger delle buone vivande italiane,
anche Ribe s'appressa pian piano, bel bel.
Arriva Mariano coi suoi panettoni,
ci addolcisce la vita, il signor dei torroni
le sue leccornie ci piacciono assai.
Per bere il suo vino, val bene la gita
e sempre speriamo che mai sia finita:
le genti di Coqui non si saziano mai!
Fa l'avvocato, Alberto Baccani,
si mette in cucina e con abili mani
prepara dei piatti da grande primato.
Non tiene per sé la sua conoscenza
i suoi consigli gentile dispensa,
e molti librini ci ha pure stampato
Fabrizio è uno nuovo, arrivato da poco
preso è comunque dal gran sacro fuoco,
ma sodale con gli altri già ci appar.
Sapulia si affaccia in qualche occasione
corteggia le donne, ogni tanto sornione,
ma il dubbio ci sorse: saprà cucinar?
Da terre lontane arriva Nerone,
ché anche in Perù aman le cose buone.
Pokoto, occhi neri, è un po' defilato,
Nascosto fra zucchero, glasse e bignè,
sorride beato, tra cioccolato e un caffè,
e il cuore di Rita ha conquistato
Vien ora Adriano, tranquil pacioccone,
fa torte sublimi, da esposizione.
E poi c'è Clapton: cucina o fa rock?
Ed or due ragazzi: vengon dal meridione,
han scelto per nome Fratelli Capone.
E d'altri ancora, del bene dirò.
Che dire poi della falange silente,
di quelli che consorti son veramente,
delle Coquinarie fedeli mariti?
Son tanti, son bravi, son uomini veri,
anch'essi di Coqui sono cavalieri,
con il cucchiaione da Ross investiti.
Il Forni, il Volpi, dal ceruleo sguardo,
il Cummenda, Danilo, il povero Carlo,
che guarda la Vippi e si chiede perché.
Sergio di Emilia e Pietro, campani,
Loris e Renzo dalle abili mani;
fra le Coquinarie si senton dei re.
Dal fondo avanza il prode Marcello,
procede a cavallo, gentil menestrello,
lo guarda la Raffy, e prende un cachet.
C'è il Roby ed il Quentin che ascolta e non dice
della lingua tagliente di Fiorella Radice
né bene né male... è meglio tacer.
Marino di Tina non ci siamo scordate,
lavora di notte fra carte stampate
ma al richiamo di Coqui non manca mai.
E chi è quell'orso un po' brontolone?
É Bruno, di casa perfetto padrone.
Scontroso ma buono, affettuoso assai.
Assai numerosa è questa legione
e se di qualcuno tacemmo il nome,
la nostra memoria un po' ci fallò.
Ma sian fiduciosi, non siano affranti,
nel nostro pensiero ci son tutti quanti,
nessuno all'appello del cuore mancò.
Brindiamo ordunque a questi signori,
libiamo, libiamo coi vini migliori,
leviamo i calici, da Bacco colmati
A lor dedichiamo i pensieri in rima,
e allegre chiudiamo con questa sestina,
sperando di averli così onorati.
Dai guardi discreti, dagli ilari volti,
qual raggio di sole da nuvoli folti,
traluce di Coqui la fiera virtù.
Nei guardi, nei volti decisa e raggiante,
si mesce e concorda l'essenza festante
con unico fine: incontrarsi vieppiù.
[ 13.02.2004, 18:39: Messaggio modificato da: Tutte le donne di Coqui ]


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